di Silvia Romoli
La disuguaglianza di genere è ancora ovunque profondamente radicata e richiede una varietà e una contestualità di approcci: normativo, strutturale, sociale, lavorativo, ma prima di tutto culturale.
Secondo un’indagine Ipsos del 2024, il 51% degli italiani ritiene che le donne siano più adatte a ruoli di cura che a posizioni di comando.
In effetti, da sempre il lavoro di cura è appannaggio delle donne, sulle quali ricadono aspettative sociali che ne condizionano, sin da bambine, i percorsi di studio, l’accesso al mondo del lavoro, le carriere lavorative, le scelte di vita fino al punto di essere stigmatizzate per tutti quei comportamenti che si discostino dal ruolo socialmente loro assegnato.
Le madri lavoratrici spesso devono rinunciare al loro impiego e rappresentano il 72,8% delle dimissioni volontarie tra i genitori con figli da zero a tre anni in tutta Italia [1].
A differenza del nord Europa, nel nostro Paese siamo ancora lontani da un modello di conciliazione condivisa. I sistemi che più vanno nella direzione dell’uguaglianza di genere e dei pieni diritti di cittadinanza, sono quelli in cui si garantisce il diritto al reddito e al lavoro, ma anche il diritto al tempo per altro, per le relazioni affettive, per la vita politica, per sé.
Il tema dell’uso del tempo è il perno attorno a cui ruota tutta la riflessione sulla parità e che sposta il focus dal mondo femminile alla persona in quanto tale, donna o uomo che sia, alla centralità del suo benessere.
Un diverso uso del tempo tra uomini e donne è tanto evidente quanto determinante nella rivoluzione culturale verso la parità e la condivisione. La direttiva Ue 2019/1158 sul Work life balance (conciliazione vita – lavoro) introduce un’idea di genitorialità condivisa e di “equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza”, superando l’idea obsoleta della conciliazione tra le diverse sfere della vita quale impegno e onere, di fatto, delle sole donne.
La prospettiva della condivisione delle responsabilità di cura e della ricerca condivisa di nuovi bilanciamenti tra lavoro, famiglia, spazi personali da sole non bastano: è necessario un ripensamento complessivo dell’organizzazione del lavoro che sia attenta ai bisogni di vita delle persone.
La condivisione e le pari opportunità passano anche attraverso il riconoscimento del lavoro di cura alla stregua del lavoro retribuito, se si considera la netta prevalenza del coinvolgimento femminile in questo ambito ed il conseguente condizionamento nelle opportunità lavorative e nelle scelte di vita delle donne.
Con il quaderno in uscita “Tempi di vita, lavoro, responsabilità di cura: parità di genere e condivisione dei ruoli”- scritto insieme a Ettore Innocenti – edito da Edizioni Lavoro per la collana Strumenti per la Formazione sindacale, si propone un approccio ampio al tema quale premessa per un’azione sindacale consapevole e aggiornata.
[1] Così si legge in Le Equilibriste: la maternità in Italia nel 2024, Rapporto Save the Children.
