L’allattamento è un lavoro?

da | Gen 12, 2026 | In evidenza, Saggi e Articoli

Un contributo alla definizione di un criterio discriminante fra lavoro e non lavoro

LUIGI LAMA, CENTRO STUDI CISL, 22 aprile 2025

La definizione di lavoro ILO del 2013 “qualsiasi attività svolta da persone di ogni sesso ed età per la produzione di beni o servizi ad uso proprio o di altri” è troppo ampia. Per renderla più precisa e stringente abbiamo fatto ricorso alla letteratura e alla discussione con partecipanti a corsi di formazione sindacale in Italia e all’estero nell’arco di vari decenni. Sia lavoro che non lavoro hanno diverse forme e gradi di impegno. E due dimensioni: una oggettiva, la produzione di beni e servizi, una soggettiva, la relazione fra chi produce e chi usufruisce della produzione mediata dalla realizzazione del bene o servizio.

Per distinguere i due insiemi di “lavoro” e “non lavoro” propongo un criterio: la natura della relazione fra le parti, chi produce e chi fruisce. Una attività è lavoro quando il prodotto o il servizio non cambia natura con la sostituzione di uno o entrambi o contraenti, chi produce e chi ne fruisce. Ecco la definizione: “È lavoro qualsiasi attività svolta da persone di ogni sesso ed età per la produzione di beni o servizi ad uso proprio o di altri in cui la relazione fra chi produce e chi usufruisce del prodotto permette la completa sostituibilità di una o entrambe le parti senza che sia modificata la natura di tale relazione”.

Natura, non qualità. Le competenze e l’attenzione del produttore possono dare qualità al prodotto che altri non riuscirebbero a dare. Possono renderlo unico, ma è lavoro solo se la natura della relazione fra produttore e fruitore non è alterata dalla sostituibilità di uno dei due.

Non è un lavoro l’allattamento da parte del genitore se è elemento della costruzione di un rapporto affettivo fra i due soggetti coinvolti, mentre è lavoro se è considerato trasferibile ad altri; l’allattamento lo è stato in modo diffuso fino a circa un secolo fa, quando le famiglie benestanti affidavano la prole alle balie. Oggi questa pratica è quasi scomparsa e fa discutere una nuova, molto più invasiva, la gravidanza per conto di altri.

Definire un criterio preciso per distinguere lavoro e non lavoro/leisure, combinando la dimensione oggettiva dello svolgimento di una prestazione con quella soggettiva della natura della relazione, fa includere le attività di servizio, in particolare di cura della persona, estranee nella concezione prevalente di lavoro nel linguaggio corrente e in molta letteratura.

Con la definizione data è possibile distinguere ad esempio l’attività sessuale; è lavoro se uno dei partner è sostituibile, ricevendo eventualmente un compenso, mentre non lo è se è espressione di una relazione amorosa che rende reciprocamente insostituibili i partner. Oppure il colloquio fra amici e quello fra psicologo e paziente. Questo vale anche quando produttore e fruitore coincidono nella cura di sé stessi.

Infine il coinvolgimento soggettivo nel lavoro mostra che il confine fra i due tipi di attività è sfumato e mutevole. Pensiamo ad esempio ad attività artistiche – dipingere, fare musica, recitare – possono cominciare come svago, puro non lavoro, poi diventare gradualmente più impegnative, pur restando non lavoro, fino a diventare per alcune persone attività dilettantistiche, rivolte ad un pubblico, ovvero fruitori sostituibili, quindi entrare nell’ambito del lavoro, gratuito o con compensi marginali e, infine, per qualcuno diventano il lavoro che è la principale o unica fonte di reddito.